Intervista con Lisa Mazzone, consigliera di Stato del Cantone di Ginevra.

Cosa critica dell’accordo di libero scambio con l’Indonesia?

L’aumento delle importazioni di olio di palma in Svizzera non va a vantaggio né dell’agricoltura locale, che subisce una concorrenza sleale in termini sociali e ambientali, né dei consumatori, che aspirano a prodotti sostenibili. Al contrario, stimola il commercio internazionale che danneggia l’ambiente, la foresta pluviale e la popolazione locale, i cui diritti sono regolarmente violati.

Cinque iniziative cantonali hanno chiesto l’esclusione dell’olio di palma dall’accordo: qual è il risultato delle discussioni parlamentari?

Queste iniziative cantonali dimostrano il rifiuto di una globalizzazione che si svolge a spese del clima, degli agricoltori svizzeri e dei consumatori. Purtroppo, invece di escludere puramente e semplicemente l’olio di palma dai benefici doganali, il parlamento ha preferito adottare disposizioni che disincentivassero soprattutto lo sviluppo sostenibile. Per convincere gli agricoltori membri dei partiti borghesi ad accettare questo accordo, il livello delle quote è stato definito in accordo con il settore interessato in Svizzera. Questo non risolve però in nessun modo i problemi dei diritti umani, del rispetto dei popoli indigeni e della deforestazione.

Come valutate i criteri di sostenibilità contenuti nell’accordo?

Il capitolo sullo sviluppo sostenibile sembra bello sulla carta, ma non dà garanzie: le certificazioni utilizzate sono molto criticate e non sono previsti controlli o sanzioni. Anche questo capitolo è escluso dal regolamento arbitrale. Mentre la Svizzera importa già oggi migliaia di tonnellate di olio di palma, incoraggiare un numero ancora maggiore di importazioni concedendo vantaggi doganali non è una necessità, ma una negazione di fronte all’emergenza climatica.

In vista del proliferare degli accordi di libero scambio, come dovrebbero essere inquadrate le relazioni commerciali per un’economia più sostenibile?

Una Svizzera aperta e solidale non è una Svizzera che alimenta una concorrenza dannosa per il clima e per i diritti umani. Il nostro Paese dovrebbe piuttosto impegnarsi a far sì che l’Oorganizzazione Mondiale del Commercio (WTO-OMC) svolga finalmente un vero e proprio ruolo normativo a livello globale per prevenire il dumping sociale e ambientale adottando standard internazionali. Si moltiplicano invece gli accordi di libero scambio, mentre i limiti della crescita sono sotto i nostri occhi: l’emergenza climatica, il crollo della biodiversità e l’esaurimento delle risorse. La presa di coscienza del cambiamento climatico è un’opportunità per cambiare il modo di fare. Spetta al Parlamento farlo o, se si rifiuta, al popolo.