Intervista con Amanda Ioset, Segretaria generale di Solidarietà senza frontiere (Sosf).

Sosf è da tempo impegnata a favore dei diritti dei migranti. Quali sono le sue critiche al libero scambio e soprattutto al libero scambio con l’Indonesia?

Solidarietà senza frontiere è impegnata per i diritti delle persone esiliate, ma anche per il diritto di condurre una vita dignitosa e sicura. L’accordo di libero scambio tra la Svizzera e l’Indonesia peggiorerà ulteriormente le condizioni di vita dei contadini in Indonesia e li spingerà sulla via dell’esilio.

Il libero scambio è un sistema organizzato secondo le esigenze e gli interessi di una piccola manciata di azionisti di società internazionali. È contrario alla sovranità dei popoli, sia del Nord che del Sud del mondo. Il libero scambio indirizza i sistemi economici verso le esigenze del commercio internazionale piuttosto che verso lo sviluppo delle economie locali.

In Indonesia, l’accaparramento delle terre è in pieno svolgimento: potenti gruppi di produttori di palma da olio stanno ottenendo concessioni dal governo e stanno espandendo le loro piantagioni a spese dei contadini tradizionali che vengono cacciati dalle loro terre. Non possono più sfamare le loro famiglie e finiscono per ingrossare le fila della migrazione forzata. Molti parlano in modo denigratorio dei “migranti economici”. Ma come dice Aminata Dramane Traoré, ex ministro della Cultura del Mali: “I migranti sono i rifugiati di una guerra economica”. E gli accordi di libero scambio che favoriscono l’agroalimentare fanno parte di questa guerra.

I diritti dei piccoli agricoltori e delle popolazioni indigene vengono sistematicamente ignorati in Indonesia. Oggi, per la prima volta nella storia, l’accordo promette sostenibilità. Un passo avanti?

All’epoca, con la crescente consapevolezza delle questioni ambientali, il Consiglio federale era obbligato a coprire l’accordo con una vernice “sostenibile”. Ma in quanto tale, un accordo di libero scambio non può essere sostenibile, così come non può essere sostenibile la produzione industriale di olio di palma, anche se si finge di voler garantire determinati standard.

La coltivazione massiccia di olio di palma per il mercato mondiale porta alla distruzione della foresta pluviale e a significative emissioni di CO2. Per non parlare delle conseguenze del trasporto di merci per migliaia di chilometri quando si potrebbero produrre olii locali.

L’unico modo serio per garantire una forma di “sostenibilità” ecologica e sociale è porre fine alla dittatura della globalizzazione neoliberale. Dobbiamo muoverci, in Svizzera come in Indonesia, verso uno sviluppo scollegato dal commercio internazionale e incentrato sui bisogni e sulle scelte delle popolazioni locali.

Perché abbiamo bisogno di questo referendum? E a quale speranza lo associa?

Prima di tutto, sono lieta di vedere una chiara resistenza a questo tipo di accordo. Ci si rende conto che l’attuale modello di agricoltura industriale ci sta dirigendo verso un muro, per ragioni ecologiche e sociali. In questo contesto, credo che possiamo non solo raccogliere le firme necessarie, ma anche vincere il voto popolare. Questo sarebbe un segnale molto forte a favore di un altro modello di commercio internazionale e contro gli altri accordi di libero scambio che la Svizzera sta pianificando con la Malesia, il Mercosur e gli Stati Uniti.